Il fiuto del cane può individuare alcuni tumori, ma non sostituisce la diagnosi medica

Alcuni cani si fissano su una zona del corpo del proprietario, e mesi dopo arriva una diagnosi di tumore. La scienza studia cosa percepiscono: segnali chimici invisibili per noi.

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Il naso del cane, uno strumento fuori scala

Il cane vive immerso in un mondo fatto di odori. Il suo naso conta fino a circa 300 milioni di recettori olfattivi, contro i circa 6 milioni dell’uomo. Anche il cervello segue la stessa logica, perché dedica agli odori una parte molto più ampia rispetto a noi. Per un cane, in pratica, annusare conta quanto per noi guardarsi intorno.

Questa sensibilità apre una porta sorprendente sulla salute. Quando una cellula diventa cancerosa, cambia metabolismo e libera composti organici volatili, i cosiddetti COV. Queste molecole finiscono nel respiro, nel sudore e nell’urina, spesso in tracce minime. Per noi restano impercettibili, mentre per il cane raccontano qualcosa di preciso. Così si spiegano certi comportamenti insistenti, come annusare o leccare a lungo un neo.

La stessa finezza non riguarda solo i tumori. Alcuni cani imparano a segnalare crisi epilettiche o cali di zucchero nei diabetici, avvertendo a volte prima ancora dei sintomi.

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Cosa dicono gli studi

Le prime ricerche serie su questo tema risalgono ai primi anni 2000. Da allora il metodo si è affinato parecchio. Molti esperimenti usano il doppio cieco. Né i cani né gli sperimentatori sanno cosa contengono i campioni, così si evitano condizionamenti involontari.

I numeri colpiscono. In vari studi i cani hanno riconosciuto alcuni tumori con tassi elevati, in certi casi superiori al 90%. Il quadro, comunque, non nasce da un singolo esperimento. I tumori più studiati sono pochi e ricorrenti:

  • seno
  • polmone
  • prostata
  • colon-retto

In Francia, il programma KDOG dell’Institut Curie ha addestrato dei cani a riconoscere il cancro al seno da garze impregnate di sudore. Nulla di tutto ciò, però, trasforma il cane in uno strumento diagnostico. I dati vanno letti con prudenza. I campioni sono a volte ridotti, i metodi di addestramento variano e non tutti i cani rendono allo stesso modo. Contano il tipo di tumore, la fase della malattia e persino la giornata del cane. Un cane stanco o stressato diventa meno preciso, perché non è una macchina. Un risultato di laboratorio, del resto, non equivale a una diagnosi nella vita reale.

Dal naso del cane al naso elettronico

La domanda dei ricercatori, oggi, è cambiata. La sfida non è più dimostrare che il cane ci riesce, ma capire come ci riesce.

Diversi gruppi di ricerca lavorano a « nasi elettronici », basati su sensori chimici e intelligenza artificiale. Il principio resta quello del cane: leggere gli odori della malattia. Questi dispositivi analizzano respiro e sudore alla ricerca degli stessi COV, con risultati in alcuni casi vicini al 95%. L’obiettivo è concreto: arrivare a test rapidi, accessibili e non invasivi. Il traguardo sarebbe un esame semplice, alla portata di molti pazienti. Servono strumenti capaci di cogliere la malattia in fase molto precoce, quando le probabilità di cura sono più alte.

Il cane, in questo percorso, funziona come un modello biologico. Dimostra che il tumore lascia una traccia olfattiva, un’informazione reale che resta da tradurre in uno strumento affidabile. L’idea, semmai, è unire quella prova biologica alla precisione di una macchina.

Un alleato, non un sostituto del medico

Nessun medico considera il cane un rimpiazzo degli strumenti diagnostici. Prelievi, imaging, biopsie e analisi restano indispensabili per confermare un tumore e capirne la natura. Solo questi esami, ripetibili e misurabili, danno una risposta certa. Il cane può cogliere dall’odore la presenza di cellule tumorali, ma non ne conosce il tipo né l’evoluzione.

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Serve poi molta prudenza con i falsi positivi. Un cane che insiste su una parte del corpo non significa che lì ci sia un tumore. L’animale reagisce anche allo stress, agli ormoni e a semplici infezioni, quindi il suo segnale non ha valore di diagnosi. Affidarsi al comportamento dell’animale per la propria salute sarebbe un errore.

Il fiuto resta uno strumento complementare, utile soprattutto per lo screening precoce. Il suo posto è sempre all’interno di una collaborazione con la medicina umana. Le prove mediche, e solo quelle, dicono l’ultima parola.


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